Design for all: spazio urbano per tutti, subito!

17.10.2021 | Accessibilità e inclusione, Riflessioni

Una proposta possibile per Udine: il design for all è la prospettiva inclusiva, funzionale e concreta che può guidarci verso uno spazio urbano davvero accessibile.

Accessibilità

Ognuno di noi sa che accessibilità significa possibilità o meno di poter fruire effettivamente di una pluralità di diritti fondamentali: possibilità di raggiungere un luogo ma anche possibilità di andare a lavorare, incontrare persone, ottenere informazioni. In breve: possibilità concreta di vita autonoma. Sappiamo bene che l’accessibilità è quell’elemento che attraversa in sezione una pluralità di diritti rendendoli effettivi o, nel caso in cui non ci sia, nulli. Anche per questo oggi è universalmente riconosciuta come diritto umano. Un diritto fondamentale che c’è sulla carta, che è statuito e sul quale, a parole, siamo tutti d’accordo ma poi i fatti dimostrano una realtà ben diversa. Cerchiamo dunque di provare a capire il perché di questo scollamento tra parole e fatti e come uscire da questa impasse, come ottenere realmente uno spazio pubblico accessibile.

Oggi lo facciamo provando a ragionare su un aspetto specifico dell’accessibilità e che ci tocca ogni giorno da vicino: l’accessibilità fisica ai luoghi della città per chi ha una disabilità motoria. Volendo affrontare questo tema non possiamo non citare la normativa che ha fatto nascere i PEBA (Piani per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche): la legge 41/1986 e la legge 104/1992. Tali norme prescrivevano l’adozione di tali piani entro un anno con riferimento agli edifici pubblici (l. 41/1986) ed estendevano poi il loro ambito di applicazione anche a percorsi e spazi pubblici (l. 104/92). A distanza di trent’anni il comune di Udine, come la maggioranza dei comuni regionali, si trova ancora oggi senza un PEBA. Anche in virtù della legge regionale 10/2018, che eroga dei finanziamenti ai Comuni per la redazione dei PEBA, alcuni passi in avanti sembrano all’orizzonte. Ci sono però alcuni grossi “ma”. I motivi per cui per trent’anni queste norme non hanno trovato applicazione sono infatti gli stessi che oggi potrebbero rendere vani i PEBA che si stanno predisponendo e, in generale, gli interventi che vengono fatti nello spazio pubblico.

Design for all

Vediamo assieme quali sono alcuni di questi “ma”. Innanzitutto, occorre finalmente mettersi per davvero in un’ottica di progettazione universale, il cosiddetto “design for all”, invece che continuare, come fatto finora, a ragionare in termini di categorie. Lo sforzo non deve essere indirizzato a creare percorsi e spazi per persone con disabilità ma uno spazio pubblico accessibile a tutti fin nella sua ideazione (e quindi, implicitamente, anche alle persone con disabilità). In secondo luogo, l’accessibilità ha significato solo se presente su una porzione di spazio urbano significativa: se un dato luogo è accessibile, lo deve essere anche il contesto in cui è inserito. Siamo persone che si muovono, non alberi. I servizi fondamentali e igienici di quel contesto devono dunque essere accessibili.  Da ultimo, un luogo reso accessibile è davvero tale se è parte di una catena di mobilità in cui l’accessibilità è garantita: al luogo accessibile devo infatti poterci arrivare in modo autonomo.

Questo modo di affrontare il tema, facendo attenzione al contesto e ai suoi servizi, alla catena di mobilità e soprattutto ragionando in un’ottica universale di progettazione è l’unico modo in cui poter davvero ottenere uno spazio urbano accessibile. Questo perché un tale approccio permette di trovare soluzioni funzionali che mettono al primo posto l’accessibilità per tutti, non per una specifica categoria. Lo sforzo è dunque quello di semplificare il paesaggio urbano, creando ambienti che possano essere usati indifferentemente da tutti, non di complicarlo con percorsi o infrastrutture specifiche, che sono invece da introdurre esclusivamente laddove non ci fosse alternativa.

Pedonalizzazione

Facciamo un esempio concreto che sta facendo molto discutere: la (presunta) pedonalizzazione del centro storico di Udine.

Questa potrebbe rappresentare una grande occasione per trasformare il centro storico in un luogo veramente accessibile, togliendo spazio alle automobili per dedicarlo alle persone in un’ottica di progettazione universale, creando quindi un’area accessibile a tutti; creando un’area in cui le persone con disabilità motoria vedano effettivamente garantito l’accesso ai luoghi, ai negozi e ai servizi.

Potrebbe inoltre essere un’occasione pilota per ripensare il modo di intendere la città nel suo complesso, anche in termini di accessibilità. La verità è che oggi viviamo, in linea di massima, in un contesto urbano ostile e il nostro rifugio è spesso rappresentato dall’automobile che, paradossalmente, ci garantisce una sorta di parità di condizioni. Nell’attuale contesto urbano “nemico”, molto spesso il nostro obiettivo è quello di poter arrivare in macchina il più vicino possibile alla nostra destinazione perché sappiamo che una volta fuori dall’automobile le difficoltà sono numerose. L’obiettivo però, la vera sfida, è spezzare queste catene e ribaltare il ragionamento: rendere lo spazio urbano accessibile per tutti e quindi anche per noi. La sfida è poter fruire liberamente di uno spazio urbano, in questo caso del centro storico, al pari di tutti gli altri. La pedonalizzazione può rappresentare questa occasione perché tutto lo spazio sottratto alle automobili può essere utilizzato per creare un ambiente urbano semplice e accessibile, attraverso opportuni interventi di riqualificazione. Inoltre, sottrarre spazio alle auto ordinarie significa anche poter avere spazio per garantire l’accesso automobilistico esclusivamente a chi e nei luoghi in cui non ci siano per davvero alternative.

Piazza Matteotti

Facciamo ora l’esempio di un intervento infrastrutturale volto all’accessibilità che riguarda un luogo simbolico di Udine: la rampa che rende accessibile il plateatico di piazza Matteotti. Ci sono voluti anni e anni per ottenere questo intervento e ne siamo tutti felici ma, nei fatti, considerando quello che è stato fatto, quanto è davvero cambiata l’accessibilità di quel luogo per noi? Poco e niente. Siamo di fronte al classico esempio in cui si era costretti a costruire un’infrastruttura specifica (la rampa per salire sul plateatico) ma in cui sono mancati integralmente gli altri due “ma” che abbiamo illustrato in questa riflessione: come ci si arriva in quel luogo? Che mezzi pubblici accessibili e che percorsi adeguati a tutti (quindi anche a persone in sedia a ruote) ci sono per arrivare lì? I negozi, bar e servizi della piazza e dei dintorni sono tutti accessibili? I servizi igienici pubblici in via Brovedan hanno un percorso agevole e sono adeguatamente segnalati? La risposta è no ed è per questo che quell’intervento (giusto) che ha garantito l’accesso al plateatico rimane una sorte di “cattedrale nel deserto”. E siamo pieni di questo tipo di interventi infrastrutturali, messi lì quasi in una sorta di autotutela, come per poter dire che gli sforzi per rendere accessibili i luoghi vengono fatti. La realtà però è ben diversa. Occorre cambiare approccio nel profondo, ragionare in termini sistemici.

Come fare

Nel ripensare lo spazio urbano, mettere al centro le persone e a margine le automobili permette di trovare tutte le soluzioni necessarie per rispondere ai bisogni di accessibilità ai luoghi, creando vera inclusione sociale, creando un contesto urbano che offre a tutti le stesse possibilità. Anche per questo, ci tengo a sottolineare che in un documento ufficiale presentato al Comune (in qualità di Spazio Udine – già Comitato Autostoppisti) nel tavolo istituzionale sulla mobilità e il centro storico, chiedevamo proprio questo cambio di rotta, nei termini qui descritti ovvero:

  • che tutti gli interventi in relazione alla mobilità avessero la pregiudiziale di partenza di essere accessibili, secondo normativa e confronto con le associazioni del settore (e sempre nell’ottica del “design for all”);
  • massima attenzione da mettere in tema di accessibilità al trasporto pubblico;
  • svolgere un’accurata indagine sul territorio cittadino, per lotti a partire dal centro storico, con particolare attenzione all’accessibilità agli esercizi pubblici e ai relativi servizi igienici;
  • in un dialogo con le associazioni e le categorie economiche, valutare politiche di incentivazione per creare un circuito virtuoso che risolva questa problematica (es. politiche di incentivazione su TARI/occupazione suolo pubblico a fronte di interventi in tal senso anche ove non normativamente dovuti).

La cruda realtà è che purtroppo nessuno dei suggerimenti sopra indicati è stato seguito. Il “design for all” c’è (qualche volta) nelle dichiarazioni generiche di intenti ma non si riflette concretamente nei lavori che vengono eseguiti. Sul trasporto pubblico stendiamo un velo pietoso. Alcuni interventi sono stati fatti ma al di fuori di un ragionamento complessivo e sistemico, senza un reale e adeguato coinvolgimento delle associazioni portatrici di interessi e tutt’ora senza un’adeguata capillarità. Del resto, il trasporto pubblico udinese vanta carenze strutturali tout court in termini di mezzi e tratte e non sorprende dunque che continui a essere non adeguato in termini di accessibilità, nonostante i recenti interventi. Da ultimo, non si può non constatare che non c’è neanche l’ombra di politiche atte a coinvolgere gli esercizi e le attività economiche in un percorso che conduca a renderle accessibili (magari a fronte di incentivi economici e normativi). In assenza di tutto questo, il percorso che vede impegnato il Comune nella redazione del PEBA sembra prossimo a diventare, purtroppo, l’ennesima occasione persa.

Come non fare: Piazza Belloni

A tal proposito, esaminiamo un altro caso davvero esemplificativo. Perché mentre il Comune di Udine è proprio oggi impegnato nella redazione del PEBA e nello statuire, a parole, la volontà di approcciarsi alla questione in modo organico e aderente ai dettami della progettazione universale, quello che viene concretamente fatto va spesso in direzione diametralmente opposta. Pensiamo a cosa è accaduto qualche settimana fa in Piazza Belloni. Il perfetto esempio di cosa non deve essere fatto. Bisognava riqualificare un’area che funge da collegamento tra Piazza Libertà e Piazza Duomo e in cui è presente una piccola area verde. Piazza Belloni già prevedeva un ampio passaggio nella sua parte centrale, nel cuore dell’area verde. Si tratta di un ampio e lieve declivio in cui ci sono tre scalini a distanza di circa due metri l’uno dall’altro. Era estremamente semplice rendere accessibile quella piazza secondo l’ottica del “design for all”, intervenendo su quei tre gradini e quindi rendendo il passaggio già presente agibile a tutti. Si sarebbe in tal modo conservata l’intera area verde e creato un passaggio adatto a tutti. Un intervento che avrebbe definito lo spazio urbano in modo semplice, inclusivo e senza creare inutili distinzioni, rendendo la piazza accessibile a tutti senza nemmeno rendersene conto. Tale intervento avrebbe infatti garantito alle persone con disabilità motoria di fare lo stesso identico percorso di tutti gli altri, assieme agli altri. Invece, si è deciso di eliminare una porzione di area verde per costruire, a distanza di 1 metro dal suddetto declivio, una rampa di cemento lunga 15 metri. Tale intervento non semplifica lo spazio, non lo rende utilizzabile da tutti in via promiscua, non consente cioè alle persone con disabilità di fare lo stesso percorso degli altri. È un intervento antitetico ai dettami del “design for all” e sembra rispondere più alla necessità di tagliare un nastro che a quelle di garantire accessibilità. Questa “rampa per handicappati” (cit. Sindaco Fontanini alla sua inaugurazione, sic!) è il risultato di quel linguaggio, di quel modo di pensare, che è lo stesso modo di pensare a cui facevo riferimento all’inizio dell’articolo e che ha impedito per trent’anni l’effettiva realizzazione di un contesto urbano accessibile, nonostante la presenza di tutte le previsioni normative. Fino a quando si continuerà a ragionare e ad agire “per compartimenti” non si arriverà da nessuna parte. E se questo è il genere di interventi che vengono fatti proprio mentre il Comune è impegnato nella redazione del PEBA, questo non potrà che tradursi in un buco nell’acqua.

Conclusione: una nuova idea di città

Abbiamo visto il perché uno spazio urbano veramente accessibile non può che avvenire che seguendo, nei fatti e non solo nelle parole, l’ottica della progettazione universale.

La possibilità di attuare questo cambiamento può avvenire esclusivamente se c’è fisicamente dello spazio pubblico da poter utilizzare a tale scopo. È per questo che il punto di partenza ineludibile è quello di sottrarre spazio pubblico al mezzo che più di ogni altro lo occupa: le automobili.

Se vogliamo una città accessibile non possiamo permetterci di avere vie e piazze monotematiche ovvero trasformate in parcheggi. Quello che occorre è una gestione diversa e oculata dello spazio pubblico cittadino e del mezzo automobile, sottraendo spazio a tale mezzo, in modo diverso a seconda del contesto, per dedicarlo ad altri fini. In particolare, per dedicarlo alle persone in una prospettiva di accessibilità universale.

Solo così si riuscirà a creare davvero una città per tutti. Una città che non ci respinge ad ogni angolo, una città in cui non siamo costretti a sperare di poter accedere a questo o quel posto.

Noi, persone, siamo la città. Ed è sulla base di questo assunto che lo spazio urbano deve essere modellato. Per davvero.

Per chi è interessato a scoprirlo, a Udine c’è un progetto di città, che cresce di giorno in giorno, per creare un contesto urbano migliore e adatto a tutti, in cui l’accessibilità e il design for all sono una chiave di lettura imprescindibile del ripensamento e della riorganizzazione dello spazio urbano cittadino. Lo si trova su: www.spazioudine.it

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